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L’Intelligenza artificiale nel mercato del lavoro genera più o meno posti di lavoro?

La rivoluzione tecnologica dell’AI ha cambiato radicalmente il mercato del lavoro, tanto da suscitare entusiasmo sia per le nuove che per le vecchie professioni

La rivoluzione tecnologica dell’AI ha cambiato radicalmente il mercato del lavoro, tanto da suscitare entusiasmo sia per le nuove che per le vecchie professioni

Determinante è l’evoluzione nel mercato del lavoro alla quale stiamo assistendo. Gli sviluppi portati dall’Intelligenza artificiale sono sia nell’applicazione tecnologica per migliorare le capacità umane, sia nell’individuazione di competenze necessarie per la trasformazione del lavoro.

Basti pensare che oggi il lavoratore adempie alle proprie mansioni in maniera meno laboriosa; ne è un esempio il tradizionale lavoro d’ufficio, il quale senza l’uso del computer non potrebbe oggi essere svolto, come d’altronde la maggior parte degli impieghi.

Secondo uno studio di Accenture Strategy, grazie all’AI l’occupazione è destinata a far crescere i ricavi delle imprese del 38% entro il 2020 solo se disposte ad investire in una maggiore collaborazione uomo-macchina.

Questa certezza viene confermata anche dalle rilevazioni Istat il quale attesta circa 117.650 nuovi posti di lavoro con competenze nell’ambito dell’innovazione tecnologica verificatesi tra luglio e settembre 2017.

Ad affermarlo è l’impegno da parte di enti ed aziende nella formazione di interi settori e professioni fino ad ora mai esistiti, come quello del caring o del settore informatico sempre più tendente allo sviluppo.

Basti pensare che grazie alla tecnologia l’utilizzo di robot non sta uccidendo posti di lavoro, al contrario, li aiuta ad assumere più lavoratori, in modo da agevolare in parte la manodopera.

Lo stesso vale nel settore farmaceutico e medico che grazie alla ricerca e al supporto delle nuove tecnologie consentono di scambiare informazioni tra i pazienti ed il personale medico che in tempo reale riceve informazioni sul loro stato di salute.

“l’AI crea macchine per ottenere risultati comparabili o migliori di quelli ottenuti dall’uomo in attività considerate tipiche dell’intelligenza”

Nicoletta Salvatori (Docente di Editing e Scritture Editoriali ad Informatica Umanistica all’Università di Pisa)

Parlare-di-intelligenza-artificiale-significa-parlare-di-algoritmi

Parlare di intelligenza artificiale significa parlare di algoritmi, ed è dalla loro complessità che deriva una intelligenza evoluta. Di fatto la finalità è quella di impiegare l’innovazione nelle auto, nei trasporti, nell’industria, nei servizi, ma pure negli eserciti, per creare strumenti di difesa sempre più efficaci.

Creare circuiti sempre più complessi in grado di dare vita a un vero e proprio cervello artificiale, questo è il più grande degli obiettivi di questo ventunesimo secolo, riuscire a riprodurre il funzionamento uomo-macchina in modo da superare quelle che prima erano solo teorie sull’intelligenza artificiale.

Il mercato del lavoro è ormai orientato verso una realtà tecnologica al servizio dei cittadini e dei lavoratori. Di fatto si sta assistendo alla nascita di una grande quantità di nuove figure professionali grazie alla tecnologia e all’intelligenza artificiale.

Il motivo per cui le imprese hanno deciso di adottare l’Intelligenza Artificiale è sicuramente per ottenere benefici ai fini di un maggiore potenziamento dell’operatività, soddisfazione del cliente, facilitazione dell’engagement dei clienti, ma anche di migliorare le idee di business.

Ma sa da un lato l’innovazione e l’improvviso inserimento dell’intelligenza artificiale nella vita di tutti i giorni suscita entusiasmo per le nuove professioni e possibilità di carriera, dall’altro desta anche paure e timori per quelle professioni già esistenti considerate talvolta a rischio di reperibilità dove milioni di lavoratori in tutto il mondo dovrebbero essere in grado inventarsi un nuovo ruolo e una nuova funzione.

C’è chi come lo scienziato inglese Stephen Hawking pensa che appoggiare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale possa determinare la fine della razza umana. Di certo, con la nascita di macchine sempre più intelligenti l’umanità sarà messa di fronte a nuovi problemi etici. Si parla infatti di lavori "sostituibili", parzialmente o interamente. I posti di lavoro e le figure che ancora oggi esistono, di fatto saranno obsolete fra non più di 10 anni. I timori per un futuro che non conosciamo e che solo in parte possiamo immaginare sono per certi versi anche legittimi.

E’ anche vero che la ripresa potrebbe essere favorevole solamente per determinate tipologie di impieghi. Questo perché chi deve preoccuparsi realmente è chi lavora in settori a bassa professionalità essendo i più colpiti.

Mentre ancora in salvo sono quelle figure nei settori della ristorazione e alberghiero, seguiti dalla manifattura, dai trasporti, dall'agricoltura e dal commercio al dettaglio. Diversamente rientrano nella categoria dei lavori meno sostituibili, quindi maggiormente al riparo, i servizi di educazione, i manager, le libere professioni, il settore dell'informazione e gli assistenti sociali.

Considerate le due scuole di pensiero sul futuro del mercato del lavoro, alla domanda se l’AI sta generando posti di lavoro o meno rispondono alcune aziende intervistate riportando risultati più che mai confortanti:

Impatto AI

“Se infatti è stato spesso detto che la crescente automazione e la digitalizzazione dei processi produttivi avrebbero portato alla perdita di posti di lavoro nelle professioni routinarie e non qualificate, i dati relativi all’ultimo decennio sembrano anzi confermare il contrario”

Carola Adami (CEO di Adami&Associati, società specializzata nella ricerca e selezione di personale qualificato, in tutta Italia e all'estero).

Non a caso tra Australia e Germania, l’Italia si posiziona al 3° posto con un 44% delle imprese che mirano a progetti sull’Intelligenza Artificiale e con un 88% di corsi di formazione ed aggiornamenti da destinare ai dipendenti.

Pertanto la paura che emerge è quella di sentirsi improvvisamente infruttuosi nella società moderna, perché tra uomo e macchina chi l’avrebbe vinta sarebbe la seconda non essendo soggetta ai suoi stessi limiti fisici e psicologici, ma l’Italia è intenzionata a rincorrere l’innovazione e i benefici che ne derivano.

«Emerge dunque, che da una parte l’automazione non sembra aver scalfito l’occupazione non qualificata, mentre dall’altra tutti quanti sono concordi nell’affermare che la rivoluzione digitale richiede in ogni caso un sempre maggiore sviluppo di competenze»

Carola Adami